Il partito del voto ha le gambe corte
Nelle pieghe della maggioranza tripartita (o ABC) si avverte la presenza d’un partito del voto, trasversale e molto partisan, secondo il quale l’esperienza del governo Monti è da ritenere conclusa. Non per forza con un voto insufficiente (come lascia indovinare la copertina dell’Espresso), ma in ogni caso con il timbro della sopraggiunta scadenza rispetto a imprese politiche che i partiti dovrebbero tornare a intestarsi dopo il voto anticipato.

Nelle pieghe della maggioranza tripartita (o ABC) si avverte la presenza d’un partito del voto, trasversale e molto partisan, secondo il quale l’esperienza del governo Monti è da ritenere conclusa. Non per forza con un voto insufficiente (come lascia indovinare la copertina dell’Espresso), ma in ogni caso con il timbro della sopraggiunta scadenza rispetto a imprese politiche che i partiti dovrebbero tornare a intestarsi dopo il voto anticipato. Uno degli strateghi dell’operazione sembra essere il solito Massimo D’Alema: con Pier Luigi Bersani al seguito e, se possibile, più tentato di lui da una crisi di governo che consegnerebbe la premiership all’attuale segretario del Pd.
Ma anche nel Pdl si fa largo l’impazienza di alcuni ex finiani – come Maurizio Gasparri – diffidenti verso tempi e modi di lavoro per allestire un nuovo cartello dei moderati. Nulla da eccepire, fintantoché la fronda resta confinata all’interno della dialettica fra maggioranza e opposizione partitiche. E tuttavia le ricadute di tali manovre stanno investendo sia la riforma del lavoro (ma con più fumo che fuoco) sia il negoziato sulla legge elettorale, come lamentava sempre ieri Luciano Violante del Pd sull’Unità: se non si concretizza entro maggio, ci teniamo il Porcellum e tutto diventa possibile. Perfino che i due maggiori partiti debbano presentarsi anzitempo agli elettori con un sistema di voto da loro stessi ampiamente delegittimato; e senza progetti politici nitidi in funzione dei quali disputarsi la vittoria. Il che non soltanto ci precipiterebbe nello status quo ante l’ABC, stroncherebbe anche sul nascere la buona prova grancoalizionista dell’Italia nel promuovere la sola cosa che urge adesso: un piano europeo di sviluppo costruito a misura di salari e consumi. I tecnocrati l’hanno promesso, i politici li mettano alla prova.